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sessualità
Sulla castità
22 luglio 2009
Una bella risposta, che in sé racchiude tutto.

Ho rapporti prematrimoniali con la mia ragazza e tardo a confessarmene perché non sono veramente pentito

Quesito

Caro Padre Angelo,
sono un ragazzo che già da qualche anno svolge il "servizio" (lo metto tra virgolette perché per me è anche un piacere) di catechista per la preparazione alla cresima (che nella mia zona avviene solitamente nei primi anni delle scuole superiori).
La domanda che ho da rivolgere riguarda la confessione e, più nello specifico il pentimento.
Questa premessa serve a sottolineare che mi ritengo abbastanza consapevole (non se ne sa mai abbastanza!) dei miei errori...
... e proprio per questa consapevolezza, so che una delle condizioni per l'assoluzione è il pentimento.
Ebbene, ci sono alcuni peccati che non ho mai confessato non per imbarazzo o vergogna, ma perché non credo di essere pentito... provo a spiegarmi meglio con un esempio (a proposito, mi scuso se la mail è confusa).
Ho avuto più volte rapporti sessuali (prematrimoniali) con la mia fidanzata, e solo con lei. So di essere in errore, ma non mi ritengo "pronto" a confessare questa cosa perché, sovente, la cosa si ripete (anche se ultimamente con meno frequenza). So che anche lei condivide i miei stesi dubbi, quindi mi ero proposto di confessare questo peccato solo quando saremmo riusciti a resistere per un certo periodo di tempo... anche se finora non ce l'abbiamo fatta.
Faccio male a tenermi dentro questo peso?
Potrei confessarmi lo stesso, anche se non posso essere certo di non peccare più in questo senso? E nel caso lo facessi, la recidività annullerebbe l'assoluzione?
Un'altra domanda... so che probabilmente fra qualche mese, in occasione dell'anno paolino verrà concessa l'indulgenza in una parrocchia della zona: non mi sono ben informato sulle condizioni, ma potrebbe essere una buona occasione per ricominciare?
Grazie


Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. i rapporti sessuali, nel loro stesso linguaggio, dicono che due persone si donano in totalità, nell'intimo della propria vita. Ma questa totalità in voi è falsata per due motivi: primo perché sapete di non essere ancora definitivamente uno dell'altro; secondo perché avvengono mediate contraccezione e anche questo mostra che non vi donate in totalità. In quel gesto rifiutate di mettervi in gioco senza alcuna riserva. E fate contraccezione proprio perché sapete che non potete donarvi senza riserva.
È una buona cosa che anche la tua ragazza cominci ad avvertirlo.

2. Mi dici che questo peccato non l'hai mai confessato. Questo mi fa capire che probabilmente ti sei confessato, ma l'hai taciuto.
Una confessione nella quale si tace volutamente qualche peccato non è vera riconciliazione con Dio. È una simulazione e pertanto un sacrilegio.
E poi, se hai fatto delle Comunioni, anche queste sono un sacrilegio.
Sai bene che la Sacra Scrittura dice: “Prima di mangiare di quel pane, ognuno esamini se stesso perché chi mangia o beve indegnamente il corpo e il sangue del Signore, mangia e beve la propria condanna. Ecco perché molti tra voi sono ammalati e alcuni sono perfino morti” (1 Cor 11,28-30).
Non mi meraviglio che questo costituisca un peso nella tua coscienza.
Questo peso viene accresciuto dalla consapevolezza di essere anche un catechista, il cui primo compito consiste nell’essere testimone.

3. Mi dici che aspetti il pentimento, perché sai che il pentimento è necessario nella confessione.
Sì, il pentimento è necessario, ed è anche la cosa più importante.
Ma certi peccati, come ad esempio le impurità sessuali, offuscano, anzi corrompono il giudizio di coscienza, come già diceva il filosofo pagano Aristotele.
E così voi due vi trovate in qualche modo indeboliti nel poter comprendere la gravità del vostro comportamento.

4. Mi dici che non provi pentimento.
Forse il motivo è che tu ti confronti solo con i criteri della tua coscienza, che possono anche essere offuscati o corrotti.
Ma se tu ti confronti con i criteri di Dio e con la sua volontà, le cose facilmente cambiano.
È sufficiente che tu sappia che Dio non lo vuole per cominciare a non sentirti a posto.
Prova a pentirti perché non ti sei fidato di Lui.
Non puoi pensare che Dio sia nemico del tuo amore.
È stato il demonio a mettere nella mente di Adamo ed Eva che Dio fosse un nostro concorrente.
Metti Dio al primo posto anche nella tua vita affettiva.
Finché avrai rapporti sessuali o anche impurità con la tua ragazza, Cristo non sarà mai il punto di partenza e il punto di arrivo, l'alfa e l'omega, il principio e la fine dei tuoi affetti e della tua vita.
La santità, la conformazione ai sentimenti e alla vita di Cristo, passa anche di qui.

5. I tuoi ragazzi sono nei primi anni delle superiori. Forse questi ragazzi cominciano ad avere seri problemi riguardanti la purezza. Non so come tu te la possa cavare con la tua coscienza.
Gesù ha detto che ognuno parla dall'abbondanza del proprio cuore.
Forse tacerai. Ma anche questo è sbagliato.

6. I consigli che ti do sono i seguenti:

- non aspettare il giubileo dell'anno paolino per la confessione. Fallo subito.
Mi dici che forse non sei pronto a cambiare. Ma la confessione dà la forza per poter cambiare. È il sacramento istituito da Gesù la sera del giorno della sua risurrezione quando ha detto “A chi rimetterete...” (Gv 20,23).
Quando ci si va a confessare Gesù ci investe con la forza della sua risurrezione e ci da la forza di poter cambiare.

- Prendi l'abitudine della confessione periodica e frequente. Anche in questo devi essere di esempio a tuoi ragazzi. Se invece ti confessi di rado e malamente che cosa puoi insegnare di veramente incisivo, che venga fuori dai tuoi convincimenti e dalla tua vita?

- Come sai, la contraccezione è contraria alla legge di Dio anche nel matrimonio.
Il fidanzamento è come il fondamento della vita matrimoniale. Nessuna virtù si improvvisa con la celebrazione delle nozze.
Allora ti dico: comincia a non consegnarti fin d'ora a chi non ti appartiene, per essere in grado di non consegnarti a chi non ti appartiene anche domani.
E soprattutto abitua la tua ragazza a non consegnarsi a chi non le appartiene, perché se viene abituata male adesso, si comporterà male anche domani.

7. Mi chiedi se l’assoluzione venga annullata nel caso di una nuova caduta.
No, non viene annullata. Semplicemente perdi di nuovo lo stato di grazia e necessiti di una nuova confessione.

8. Adesso fissa lo sguardo su Gesù che ti attende con le braccia aperte. Nessuno più di lui ti vuole bene e desidera farti nuovo.
Non aver dubbi sulla sua onnipotenza salvatrice.
Affida il buon esito della tua confessione a Maria e metti sotto la sua protezione i tuoi propositi.
Vedrai che sarai contento.
Gesù non ti vuole togliere nulla e ti troverai a voler bene alla tua ragazza in maniera nuova, pura, affascinante.
Anche tu dirai con Sant’Agostino: “Tardi ti ho amato, o Verità tanto antica e tanto nuova...Quello che prima temevo di perdere, adesso sono ben lieto di averlo lasciato”.

Ti seguo con la preghiera e ti benedico.
Padre Angelo

CULTURA
L'essenza della Fede
11 aprile 2009


Mi sembra un'ottima risposta pre-Pasquale: servirà sia come monito ai vari Augias e chi gli da credito con le loro menzogne, che ai cristiani che non partecipano in senso Paolino alla Fede viva.

Chi le scrive è un uomo che si considera ormai perduto

Quesito

Salve Padre.
Chi le scrive è un uomo che si considera ormai perduto, sono sull'orlo di un crepaccio e manca davvero poco per caderci dentro. Metafore a parte, sto veramente attraversando un momento difficile della mia vita spirituale, e leggendo la data della sua ordinazione sacerdotale ho provato un senso di invidia incredibile. é sempre stato così per me, ho sempre pensato che coloro che trovano la "luce" della fede sono tanto, ma tanto fortunati. A me questa fortuna è evidente che non è dato averla. Le racconto in breve quel che mi accade. Fino a qualche anno fa io ero, come tanti, un cristiano per tradizione. Ho ricevuto tutti i sacramenti, mi sono sposato in chiesa, e della chiesa seguivo le vicende anche se non sono mai stato un frequentatore assiduo delle messe. Ma soprattutto non mi facevo domande, per me le cose stavano esattamente come le avevo imparate, quel che c'era scritto nei vangeli era la testimonianza pura e semplice della vita di un uomo/Dio che aveva cambiato il mondo. Poi, nel 2003, a causa di un libro tutto è cambiato. Era un semplice romanzo che, tra un personaggio e l'altro, tra una scena e l'altra, insinuava dubbi sulla vita di Cristo. Come ho scoperto poi, buona parte delle insinuazioni erano errori o sciocchezze; ma non tutte. E li sono cominciati i miei problemi. Da quattro anni ogni minuto del mio tempo libero è dedicato alla ricerca della verità. Una verità che non potrò mai trovare. Ho lette decine di testi sul tema, ho scaricato centinaia di documenti e di tesi dalla rete, ho parlato con studiosi famosi (grazie alle conoscenze in campo giornalistico di mia moglie), mi sono confrontato con moltissime anime in pena come me. Quel che ho trovato fino ad oggi è inquietante. Se qualcuno mi chiede cosa penso del cristianesimo, mi ritrovo a sorridere amaro, se mi chiedono cosa penso dei vangeli (i sinottici e quello attribuito a Giovanni) rispondo che non sono altro che un insieme di contraddizioni plasmate da persone potenti dei secoli passati. Cerco con tutto me stesso di uscire da questo baratro, ma non ne sono capace, quel che ho trovato è terribile. E non ho più la mia fede, non ho più quell'invisibile stampella che ci sorregge nel cammino della vita. Da tempo quella croce che portavo al collo è appoggiata sul comodino e presto finirà in un cassetto.  Cerco continuamente un dialogo con persone che credono, cerco le più convinte per vedere se riescono a farmi tornare sui miei passi, fino ad oggi non ne ho trovate, fino ad oggi alla fine della chiacchierata sono io che faccio vacillare loro. E non immagina quanto mi dispiace dopo. Non mi sono mai sentito così solo (a livello spirituale, s'intende) come ora, circondato dai miei libri, i miei documenti, le mie tesi e da tutto quel materiale che ha distrutto la mia fede. Tutto qui, padre, se le par poco. So che avrà cose ben più importanti da fare che non badare alla posta, però vista la sua disponibilità a rispondere, mi sono permesso di sottoporle il problema. Non posso credere che il mio obbiettivo nella vita sia demolire un messaggio d'amore.
Buona giornata.
Claudio


Risposta del sacerdote

Carissimo Claudio,
1. intanto mi compiaccio che tu conosca la data della mia ordinazione sacerdotale. Non so dove l’abbia letta, ma è esatta.

2. Adesso però vengo al merito della tua e-mail: la crisi di fede.
Secondo me la tua crisi di fede non è cominciata 4 anni fa quando hai letto un romanzo che ha dato l’avvio a moltissime letture che hanno ancor più sviluppato i tuoi dubbi.
La tua fede è entrata in crisi, sebbene tu non te ne fossi accorto, quando hai pensato che aver fede significasse semplicemente credere ad un tot di verità rivelate.
Eri certo (e non facevi male) che le cose stessero esattamente come le avevi imparate e che quel che c'era scritto nei vangeli fosse la testimonianza pura e semplice della vita di un uomo-Dio che aveva cambiato il mondo.
Ma questa era una fede sono intellettuale.
Sotto questo aspetto anche i demoni “credono e tremano” come dice San Giacomo (Gc 2,19).
Di fatto poi spesso ti mancava la Messa, sei vissuto in peccato mortale, forse si è aggiunta qualche altra trasgressione dei comandamenti divini e la tua fede, solo intellettuale, ha cominciato a vacillare sotto i colpi dei dubbi.

3. I teologi distinguono tra fede viva e fede morta, tra fede formata e fede informe. La prima è vivificata o formata dalla carità, la seconda è la fede di chi vive nel peccato mortale.
Questa distinzione ha il suo fondamento nella S. Scrittura: “La fede, se non ha le opere, è morta in se stessa” (Gc 2,17) e “la fede opera per mezzo della carità” (Gal 5,6).
Le verità di fede non sono solo di ordine conoscitivo, ma sono verità da vivere. Sono verità salvifiche.
Chi non vive in grazia non sa che cosa sia sentir che Gesù Cristo travasa le dolcezze del cielo per metterle dentro il nostro cuore.
Nella lettera agli Ebrei si legge che “coloro che hanno gustato il dono celeste, sono diventati partecipi dello Spirito Santo e hanno gustato la buona parola di Dio e le meraviglie del mondo futuro” (Ebr 6,4-5).
Tu da tanto tempo gusti la buona parola di Dio e le meraviglie del mondo futuro.

4. Come vedi, aver fede non significa semplicemente sapere che Dio c’è e che tutte le verità rivelate corrispondono perfettamente a verità, ma molto di più significa portare Dio dentro la nostra vita, avere Dio come principio ispiratore e fine delle nostre azioni.
Questa conoscenza non è di ordine intellettivo, ma esperienziale.
Tutti, anche i santi, possono avere assalti o tentazioni contro la fede perché non si vede, non si tocca.
Ma ciò che aiuta a superare la tentazione è l’esperienza, il gusto delle cose di Dio.
Capita anche a me. Ciò che mi sorregge è il gusto, l’esperienza di Dio in me, nella mia vita.
Caro Paolo, forse ti manca proprio questo.

5. Che fare allora?
La prima cosa: devi ricuperare la grazia.
Come la ricuperi?
Attraverso l’umile confessione dei tuoi peccati fatta ad un ministro della Chiesa. E ne verrai fuori, come osserva il catechismo della Chiesa Cattolica, con una esperienza di “pace e serenità della coscienza insieme a una vivissima consolazione dello spirito” (CCC 1468).
Poi farai la Santa Comunione accogliendo Cristo nella tua vita, perché ne sia il principio ispiratore e il fine.
Vedrai che tutto cambia.
Comincerai anche a provare il gusto della buona parola di Dio e le meraviglie del mondo futuro.

Non vado oltre, per ora.
Sarei molto contento se facessi quanto ti ho indicato.
Prego il Signore per te, Lui che non ha abbandonato a se stessa la pecorella smarrita, ma è andato a cercarla e, trovatala, se l’è messa sulle spalle.
Ti saluto e ti benedico.
Padre Angelo

Questa risposta è stata tratta dall'archivo dell'analoga sezione "un sacerdote risponde" su Amicidomenicani.it, dove si possono trovare le repliche ai più recenti quesiti e il recapito per scrivere a Padre Angelo.


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permalink | inviato da -Lore- il 11/4/2009 alle 12:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
SOCIETA'
Chiedo risposte precise sui DICO, sul matrimonio tra omosessuali e… (seconda parte)
12 settembre 2007
Quesito

Leggi il quesito precedente (clicca qui)


Risposta del sacerdote

5. Che fare con le “unioni di fatto”?
Autorevoli esponenti del mondo ecclesiale e politico hanno detto che questa legge, oltre che dannosa per i motivi riportati, è inutile. È sufficiente la normativa giuridica attuale che tutela la libertà e l’autonomia degli individui.
Se due persone, anche dello stesso sesso, vogliono mettersi insieme e fare dei patti tra di loro sono liberissime di farlo. Se lo stato non lo concedesse violerebbe i diritti delle persone.
Ma qui si tratta di voler dare alle unioni di fatto dei diritti che lo stato dà alla famiglia. E glieli dà per dei beni sostanziali che da essa riceve in ordine al suo futuro e alla serenità dei figli.
E con questo lo stato darebbe un implicito incoraggiamento a non sposarsi e a preferire le unioni di fatto, proprio perché basate sulla libertà di andarsene quando si vuole.

6. È stato osservato che molti governi hanno deprecato fortemente il lavoro precario.
Ma adesso viene varato un provvedimento che prevede una famiglia precaria e fittizia e anziché tutelare l'interesse della famiglia fondata sul matrimonio, prepara un provvedimento che porta alla fine e alla sua graduale distruzione.

7. Vengo infine alle tue due domande precise.

- Mi chiedi: “Come spiegare il "no" dei credenti alla formalizzazione delle unioni non familiari e - in ipotesi - omosessuali?”
Intanto, come vedi, non ho mai scomodato né Dio, né la divina Rivelazione, né il Magistero della Chiesa per la soluzione di problemi che toccano la società e il diritto naturale.
Per questo io non parlerei del “no” dei credenti, ma del no delle persone che usano la ragione e che sono di buona volontà.

- Circa il matrimonio tra omosessuali: il no nasce dalla natura stessa del matrimonio che è ordinato alla generazione ed educazione dei figli e al perfezionamento reciproco dei coniugi.
Ebbene, nell’unione omosessuale è del tutto impossibile il primo obiettivo.
E circa il secondo manca la complementarità interpersonale che è necessaria perché due persone si completino e si perfezionano sotto tutti i punti di vista (fisico, affettivo, spirituale).
L’unione omosessuale slitta verso un narcisismo che costituisce un nuovo disordine oltre a quello insito in questa devianza (sebbene non colpevole in quanto tale). Perché infine l’omosessualità è devianza.

- La seconda domanda che mi poni è la seguente: “se la Chiesa motiva il Suo "no" ai DICO in generale, e alle unioni omosessuali in particolare, sulla base dell'impossibilità di procreare, perchè allora permette il matrimonio fra eterosessuali in età avanzata? Nemmeno questi ultimi, infatti, potranno generare figli”.
Anche qui ribadisco che la Chiesa non è la sola a non riconoscere il matrimonio agli omosessuali. Qualsiasi società di questo mondo si è sempre comportata così.
Inoltre non solo la Chiesa, ma anche qualsiasi società di questo mondo ha sempre riconosciuto valido il matrimonio fra un uomo e una donna sebbene anziani.
I motivi sono i seguenti:
Primo, il matrimonio non dà diritto ai figli, ma a compiere gli atti che di suo sono ordinati alla procreazione. I figli tante volte non vengono neanche in tante coppie giovani. E allora dovremmo sciogliere il vincolo? Ripeto: con il matrimonio si contrae il diritto a compiere gli atti ordinati alla procreazione. In passato si parlava di ius in corpus (diritto sul corpo dell’altro, evidentemente non nel senso da usarne come cosa).
Inoltre questi atti, come del resto anche la natura del matrimonio, non sono ordinati solo alla procreazione, ma anche alla vicendevole perfezione, al reciproco amore e aiuto. E questo ha il suo significato anche tra persone che sono sterili o che hanno superato la soglia biologica della fertilità.

Ti ringrazio di avermi sollecitato a dare una risposta su questo argomento di scottante attualità.
Colgo l’occasione per sollecitare tutti i nostri visitatori a quella che Giovanni Paolo II chiamava “una grande preghiera per l’Italia”. L’Italia ha un ruolo internazionale da svolgere anche su questo punto.
Roma è sempre stata definita la patria del diritto. Che faccia scuola anche oggi!
Anche a te assicuro una preghiera e una benedizione.
Padre Angelo


Questo articolo è stato tratto dall'archivo dell'analoga sezione "un sacerdote risponde" su Amicidomenicani.it, dove si possono trovare le risposte ai più recenti quesiti e il recapito per scrivere a Padre Angelo.
SOCIETA'
Chiedo risposte precise sui DICO, sul matrimonio tra omosessuali e… (prima parte)
12 settembre 2007
Quesito

Ill. mo Padre Angelo,
mi permetto di disturbarLa ulteriormente per proporLe un quesito semplice nella formulazione, ma credo non scevro di complessità nella risposta.
È di attualità assoluta la questione-DICO.
So che la Chiesa afferma da sempre la centralità della famiglia, e la improponibilità di forme aggiuntive di para-famiglia.
Sono in perfetto accordo con questo assunto.
Ma ciò che Le chiedo è: se io mi trovassi a dover motivare la mia posizione con dovizia di particolari e con argomentare completo, magari in un "confronto" con chi non condivide la mia fede, su quali "tasti" mi potrebbe consigliare di insistere? Come spiegare il "no" dei credenti alla formalizzazione delle unioni non familiari e - in ipotesi - omosessuali?
In particolare, un'obiezione mossa in una trasmissione televisiva mi ha colpito. Si diceva: se la Chiesa motiva il Suo "no" ai DICO in generale, e alle unioni omosessuali in particolare, sulla base dell'impossibilità di procreare, perchè allora permette il matrimonio fra eterosessuali in età avanzata? Nemmeno questi ultimi, infatti, potranno generare figli.
Riconosco in quest'obiezione, "a pelle", una connotazione sofistica, ma Le chiedo di aiutarmi ad acquisire i giusti argomenti per smascherarne il carattere eminentemente suggestivo.
Grazie sempre per la Sua preziosa attività, Le assicuro la mia povera preghiera.

Antonio Carchietti


Risposta del sacerdote

Caro Antonio,

1. partendo dalla constatazione che lo stato non crea la famiglia, ma la riconosce, la famiglia ha dei diritti originari e preesistenti allo stato.
Non si può disattendere che nel matrimonio l’uomo e la donna si donano, anzi si cedono l’uno all’altro in ordine alla generazione ed educazione della prole, al reciproco perfezionamento e al vicendevole aiuto.
La generazione ed educazione della prole è certamente l’obiettivo che caratterizza il matrimonio e dà una solidità ai doveri e ai diritti dei coniugi in ordine alla crescita ed educazione dei figli.
Questi doveri e diritti lo stato li riconosce, e con questo conferisce protezione giuridica alla famiglia.
Le unioni di fatto invece, proprio perché sono basate sulla libertà di sciogliere la convivenza come e quando si vuole, non danno garanzie per il bene integrale dei figli.

2. Giustamente Mons. Luciano Monari, vescovo di Piacenza, in un articolo pubblicato sull’Avvenire del 12,2.2007 scrive: “La famiglia risponde nella nostra società a una funzione primaria: quella della procreazione, del mantenimento e della fondamentale educazione dei figli.
Naturalmente, la famiglia svolge anche altre funzioni a livello affettivo, culturale o economico; ma questa (quella della generazione dell'educazione dei figli) è una funzioni squisitamente sociale che la famiglia svolge; dal modo in cui questa funzione viene svolta dipende in gran parte il benessere della società e il suo stesso futuro.
Chi si sposa assume dei doveri e delle responsabilità che non sono affatto leggeri ma che permettono alla famiglia di svolgere il suo compito nella società.
Questo è il motivo per cui la legge chiede una certa stabilità della famiglia: riconosce il divorzio, certo, ma lo ratifica dopo la verifica di alcune condizioni poste dal legislatore. Lo Stato cerca di rendere stabile la famiglia non per motivi etici ma perché riconosce che il proprio benessere dipende (anche) dal buon funzionamento dell'istituto familiare”.

3. La volontà di garantire dei diritti e dei privilegi simili a quelli della famiglia a chi si mette in un’unione di fatto è deleterio per la società. Potrei dire che porta al suicidio della famiglia e della società.
Di fatto, dando riconoscimento e protezione giuridica a simili unioni, lo stato le mette, anche se non lo riconosce, in alternativa con il matrimonio e la famiglia.
E, come osserva giustamente mons. Monari,  sembra dire ai giovani che guardano al loro futuro: “Hai davanti a te la vita: scegli liberamente se vuoi impegnarti nel vincolo familiare e se vuoi unirti senza impegno col tuo partner;
per me, società, questa scelta è indifferente; ti tratterò nello stesso modo qualunque strada tu preferisca.
Una simile alternativa è socialmente distruttiva perché contiene surrettiziamente un ragionamento del tipo: «Se non sei sciocco, scegli i pacs: avrai le stesse garanzie della famiglia e non dovrai subirne i vincoli».
Se la società considera la famiglia un bene per la società (e cioè concretamente un "meglio") deve evidentemente favorirla; se non la favorisce, deve sapere che ne pagherà il prezzo.
È un prezzo il cui pagamento sembra lontano nel tempo, e soprattutto è un prezzo che pagheranno gli altri (i figli e i figli dei figli); perciò appare preferibile, dal punto di vista personale, scegliere in questa direzione”.
Con il disegno di legge predisposto dal governo la famiglia, anziché essere incoraggiata e favorita, ne riceve indubbiamente un brutto schiaffo.
Se questo disegno di legge venisse approvato dal Parlamento dovremo assistere all'effetto ineluttabile della morte progressiva della famiglia.
La cosa diventa ancora più grave se si pensa che tutta questa fretta per dare riconoscimento e protezione alle unioni di fatto mira a garantire sul piano giuridico le unioni omosessuali, con il relativo diritto di adozione.

4. Qualcuno potrebbe obiettare: ma i figli si possono generare ed educare anche nelle unioni di fatto, non è necessario il matrimonio!
Tornano di nuovo opportune le riflessioni del vescovo di Piacenza: “Già ora la famiglia è evidentemente in crisi e questa crisi è pagata a caro prezzo dalla società. Se i figli crescono più insicuri e aggressivi è perché non hanno alle spalle la sicurezza affettiva e sociale della loro famiglia...
Non è mai stato facile, nel mondo moderno, superare la crisi dell'adolescenza...
Ma questo passaggio diventa ancora più difficile se un ragazzo non si sente sicuro affettivamente: se teme che i suoi genitori si possano dividere, se immagina di dover fare la spola tra un genitore e l'altro, se non sa quale atteggiamento tenere nei confronti di ciascuno e non è sicuro dell'atteggiamento dei genitori nei suoi confronti. È un prezzo altissimo che i giovani sono costretti a pagare”.


Questo articolo è stato tratto dall'archivo dell'analoga sezione "un sacerdote risponde" su Amicidomenicani.it, dove si possono trovare le risposte ai più recenti quesiti e il recapito per scrivere a Padre Angelo.
CULTURA
Il peccato originale e la comparsa della morte
5 settembre 2007
Quesito

      Mi inserisco nella discussione "Quesiti sulla Genesi e sul peccato originale" con una domanda che introduco con alcune premesse.
     
      Premesse
     
      1 Sappiamo per certo, perché in natura se ne conservano sotto varie forme i resti, che innumerevoli creature (a cominciare dai primi microrganismi che hanno abitato i mari ) sono morte.
     
      2 Credo di non andare errata constatando che scienza e fede concordano sul fatto che l’uomo sia comparso sulla terra dopo la creazione degli altri esseri viventi.
     
      3 Leggo nella Lettera di Paolo ai Romani: - cap. 5
     
      [12]Quindi, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini
     
      Domanda
     
      Se è stato il peccato originale a trascinare nella caducità e nella morte tutta la creazione, come sembra di evincere dalle parole di S. Paolo, quale spiegazione dare alla fine di miriadi di creature, avvenuta prima della comparsa dell’uomo e quindi prima del peccato originale ?
     
      La ringrazio di cuore per una Sua risposta e Le porgo miei saluti
     
      Anna Maria Tomei


Risposta del sacerdote

      Carissima Anna Maria,
      il testo di San Paolo fa diretto riferimento alla morte dell’uomo, come del resto già il testo di Sap 2,24: “Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono”.
      Il testo sacro non è preoccupato di darci indicazioni scientifiche, e per questo la scienza ha la sua giusta autonomia.
      La Parola di Dio è una parola che vuole portare la vita di Dio (la sua luce, il suo amore, la sua presenza) nel cuore dell’uomo.
      Sei dunque libera di pensare come vuoi. Su questo punto la fede non ti vincola in nessun modo.
     
      Tuttavia, se proprio si vuole cercare una risposta alla tua domanda, si potrebbero ipotizzare due soluzioni.
      La prima: gli esseri inferiori all’uomo, tanto vegetali quanto animali, avevano processi di vita e di morte.
      E questo permetteva ai nostri progenitori di sapere che cosa fosse la morte.
      Quando Dio li ammonì di non mangiare del frutto dell’albero della scienza del bene e del male, perché diversamente sarebbero morti, sapevano che cosa poteva loro succedere. E così l’ammonimento era ben persuasivo.
      La seconda: probabilmente prima del peccato originale nessun animale mangiava le carni di un altro animale. Dio diede all’uomo il permesso di mangiare delle carni degli animali solo dopo il diluvio universale: “Quanto striscia sul suolo e tutti i pesci del mare sono messi in vostro potere. Quanto si muove e ha vita vi servirà di cibo: vi do tutto questo, come gia le verdi erbe” (Gn 9,2-3).
      La pace messianica annunciata da Isaia potrebbe essere considerata un ripristino della pace che c’era nel paradiso terrestre: “Il lupo dimorerà insieme con l'agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà. La vacca e l'orsa pascoleranno insieme; si sdraieranno insieme i loro piccoli. Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante si trastullerà sulla buca dell'aspide; il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi” (Is 11, 6-8).
      Ecco, cara Anna Maria, quanto posso dirti su tale argomento. La cosa essenziale è che non possiamo andare a cercare nella genesi la soluzione di problemi scientifici. Si tratta di un libro religioso, che ci fornisce tante grandi verità sulla creazione, ma che non ha pretese di sostituire la ricerca scientifica.
      Ti ringrazio è per la domanda. Ti assicuro la mia preghiera e ti benedico.
      Padre Angelo

Questo articolo è stato tratto dall'archivo dell'analoga sezione "un sacerdote risponde" su Amicidomenicani.it, dove si possono trovare le risposte ai più recenti quesiti e il recapito per scrivere a Padre Angelo.
CULTURA
Cosa sono i carismi.Loro rapporto con la vocazione e santità.
14 agosto 2007
Carissimo Padre Angelo,
     
      Mi permetto di scriverle, senza timore, avendo constatato la tenera sollecitudine con la quale risponde alle domande che le rivolgiamo.
      Questa volta la mia attenzione si è indirizzata ai Carismi o doni. Vorrei approfondire l'argomento in chiave Domenicana.
      Alla luce di questo passo della Scrittura: "Quindi anche voi, poiché desiderate i doni dello Spirito, cercate di averne in abbondanza, per l'edificazione della comunità" (1 Cor 14,12).
      Mi chiedevo...
      1- il sacerdozio è un carisma?
      1/bis- c'è una gerarchia di carismi?
      1/ter- che rapporto c'è tra carisma e carità? nel senso se ho un dono grande ma lo esercito con poca carità è meglio o è uguale o peggio rispetto ad avere un piccolo carisma con grande carità?
      2- la carità è un carisma?
      3- per me la carità non è un carisma ma attraverso i carismi esercito una carità più "grande" o meglio do maggior spazio a Dio nella mia vita e nella società...
      4-la carità è il contenitore dei carismi e se un carisma fosse utilizzato al di fuori sarebbe un danno per chi lo utilizza.
      5- ho sentito che i carismi.. non sono a lunga scadenza cioè una volta che Dio dona a qualcuno qualcosa per l'utilità di altri questo dono deve essere consegnato diciamo in fretta... e utilizzato.
      Ultima domanda rapporto tra carisma e vocazione e carisma e santità
     
      A parte queste mie domande e considerazioni... le volevo lasciare la libertà di parlare a ruota libera dei carismi e volevo chiederle anche, in aggiunta, se era possibile ascoltare anzi leggere qualche sua testimonianza personale.
      Ringraziandola anticipatamente le ricordo che ha il mio consenso qualora volesse pubblicare queste domande e le sue preziose risposte.
     
      Andrea


Risposta del sacerdote

      Caro Andrea,
      cercherò di rispondere nella maniera più chiara possibile alle tue molte domande riprendendole alla lettera (in grassetto) e dividendole in punti.
     
      I: Che cosa sono i carismi?
      La parola carisma deriva dal greco e significa grazia, dono.
      Nella Sacra Scrittura carisma ha tre significati.
      1. Il primo significato è generale e per carisma si intende qualsiasi grazia, dono o favore. In questo senso S. Paolo può dire a una comunità che desidera portarle qualche carisma: “Ho infatti un vivo desiderio di vedervi per comunicarvi qualche dono (carisma)” (Rm 1,11).
      2. Il secondo significato è un significato largo, e allora i carismi sono intesi come grazie speciali permanenti con le quali i fedeli si rendono adatti e pronti ad assumersi varie opere o uffici, utili al rinnovamento e allo sviluppo della Chiesa (LG 12). Possono essere l’ufficio di catechista, di padre o di madre di famiglia, di sposo o di sposa, di sacerdote, di persona consacrata a Dio, di missionario, di insegnante...
      In questo senso ne parla S. Pietro: “Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta (carisma), mettendola a servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio. Chi parla lo faccia con parole di Dio; chi esercita un ufficio, lo compia con l'energia ricevuta da Dio, perché in tutto venga glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo, al quale appartiene la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen” (1 Pt 4,10-11).
      E S. Paolo: “Abbiamo pertanto doni diversi, secondo la grazia data a ciascuno di noi. Chi ha il dono della profezia, la eserciti secondo la misura della fede; chi ha un ministero, attenda al ministero; chi l'insegnamento, all'insegnamento; chi l'esortazione, all'esortazione. Chi dà, lo faccia con semplicità; chi presiede lo faccia con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia” (Rm 12, 6-8).
      E ancora: “È lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri per rendere idonei i fratelli a compiere un ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,11).
      3. Il terzo significato è un significato stretto e per carisma si intende un dono straordinario, dato in maniera transeunte, e designa in genere “azioni prodigiose” che lo Spirito Santo concede di compiere.
      Sono i carismi in senso stretto. S. Paolo in 1 Cor 12,7-11 ne elenca nove. Il primo è da solo, gli altri sono presentati in coppia: “E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l'utilità comune:
      a uno viene concesso dallo Spirito il linguaggio della sapienza; a un altro, invece, per mezzo dello stesso Spirito, il linguaggio della scienza;
      a uno la fede per mezzo dello stesso Spirito;
      a un altro il dono di far guarigioni per mezzo dell'unico Spirito; a uno il potere dei miracoli;
      a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di distinguere gli spiriti;
      a un altro le varietà delle lingue; a un altro infine l'interpretazione delle lingue.
      Ma tutte queste cose è l'unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole” (1 Cor 12,7-l1).
      I carismi in senso stretto, come dice San Paolo, non vengono dati per l’utilità personale, ma per l’utilità comune.
      Sono definiti "gratiae gratis datae", grazie date del tutto gratuitamente e indipendentemente dalla santità personale.
      Ecco quanto insegna S. Tommaso: “Vi sono due tipi di grazia.
      C'è una grazia che ricongiunge l'uomo direttamente con Dio: ed è la grazia santificante o gratum faciens (che rende graditi a Dio).
      C'è poi un'altra grazia, mediante la quale un uomo aiuta un altro a tornare a Dio. E questo dono viene chiamato gratia gratis data (grazia data liberamente da Dio a chi vuole), poiché si tratta di una facoltà superiore alla natura e ai meriti personali: ma poiché non viene concessa per la santificazione di chi la riceve, bensì per cooperare all'altrui santificazione, non viene chiamata grazia santificante"(Somma teologica, I-II, 111,1).
      Per questo i carismi in senso stretto possono essere elargiti anche ad un peccatore e perfino ad un pagano, come avvenne per Balaam, che predisse il sorgere di una stella per la nascita del Messia (Nm 24,17) e addirittura per la sua asina che profetò (Nm 22,28-33; Pt 2,16).
      Proprio perché vengono dati indipendentemente dalla santità personale non sono oggetto di merito. Ad esempio: uno può pregare per ottenere un miracolo, ma non può meritarlo.
      Si afferma inoltre che non sono soggetto di merito: questo significa che profetando o compiendo un miracolo, uno non compie un atto meritorio, perché nel compiere il prodigio è più passivo che attivo.
      Per questo per la perfezione e santificazione personale vale immensamente di più il più piccolo atto di carità che il compimento del più grande miracolo.
      Infine i carismi in senso stretto sono del tutto a vantaggio della comunità. Per questo “il giudizio sulla loro genuinità e retto uso spetta all'Autorità Ecclesiastica, alla quale spetta soprattutto di non estinguere lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono (1 Ts 5,12, e 19-21)” (LG 12).
     
      II: Il sacerdozio è un carisma?
      Dalla distinzione fatta, appare chiaro che il sacerdozio è un carisma.
      Ma è un carisma in senso largo. E pertanto giova alla perfezione personale e alla perfezione della comunità.
      San Paolo, nel testo citato, parla di ministero. E il sacerdozio è un ministero.
      Secondo San Paolo anche il matrimonio è un carisma: “Vorrei che tutti fossero come me; ma ciascuno ha il proprio dono (in greco: carisma) da Dio, chi in un modo, chi in un altro” (1 Cor 7,7), e sta parlando della verginità consacrata a Dio e del matrimonio.
      Evidentemente il matrimonio è un carisma di secondo tipo, come il sacerdozio, e pertanto un carisma permanente che giova alla santificazione personale e a quella altrui.
     
      III: C'è una gerarchia di carismi?
      San Paolo in 1 Cor 14 confronta il carisma della profezia e il carisma del parlare in lingue, e apertamente dichiara: “In realtà è più grande () colui che profetizza di colui che parla con il dono delle lingue” (v. 5).
      Teologicamente è dunque possibile e legittimo fare il paragone tra due carismi e stabilire che l’uno è superiore, più grande dell’altro.
      La tua domanda, tuttavia, sembra far riferimento non tanto ai carismi in senso stretto, ma anche ai carismi in senso largo. Si può dire che un carisma è superiore ad un altro?
      La risposta è affermativa.
      Quando San Paolo dice: “Aspirate a carismi più grandi! E io vi mostrerò la via migliore di tutte” (1 Cor 12,31) fa capire che esiste una gerarchia.
      Egli stesso poi confronta la verginità per il Regno dei cieli e il matrimonio. E dice: “In conclusione, colui che sposa la sua vergine fa bene, e chi non la sposa fa meglio (7,38)”; ugualmente la vedova, se vuole, può risposarsi, «ma se rimane così, a mio parere è più felice cosa (7,40).
      Il Magistero della Chiesa ribadisce questa affermazione.
      Pio XII, nell’enciclica Sacra virginitas (1954), ha scritto: “La dottrina che stabilisce l’eccellenza e la superiorità della verginità sul matrimonio, come già dicemmo, annunciata dal Divin Redentore e dall’Apostolo delle genti, fu solennemente definita dogma di fede nel concilio di Trento e sempre concordemente insegnata dai Santi Padri e dai Dottori della Chiesa. I nostri predecessori e noi stessi, ogni qual volta se ne presentava l’occasione, l’abbiamo più e più volte spiegata e vivamente inculcata. Tuttavia poiché di recente vi sono stati alcuni che hanno impugnato con serio pericolo e danno dei fedeli questa dottrina tramandataci dalla Chiesa, noi, spinti dall’obbligo del nostro ufficio, abbiamo creduto opportuno nuovamente esporla con questa Enciclica indicando gli errori proposti spesso sotto apparenza di verità”.
      Di grande importanza è l’affermazione del Concilio Vaticano II nel decreto sulla formazione sacerdotale. Dopo aver chiesto che gli alunni dei seminari siano adeguatamente informati sulla dignità del matrimonio cristiano, immagine dell’amore di Cristo per la Chiesa, aggiunge: “ma sappiano comprendere la superiorità (praecellentiam) della verginità consacrata a Cristo”.
      Giovanni Paolo II in Familiaris consortio dice che “nella verginità l’uomo è in attesa, anche corporalmente, delle nozze escatologiche di Cristo con la Chiesa, donandosi integralmente alla Chiesa nella speranza che Cristo si doni a questa nella piena verità della vita eterna. La persona vergine anticipa così nella sua carne il mondo nuovo della risurrezione futura...
      È per questo che la Chiesa durante tutta la sua storia, ha sempre difeso la superiorità di questo carisma nei confronti di quello del matrimonio, in ragione del legame tutto singolare che esso ha con il Regno dei cieli” (FC 16).
      In Vita consecrata (esortazione post-sinodale sulla vita consacrata del 25.3.1996) ribadisce la dottrina della Chiesa: “Quanto alla significazione della santità della Chiesa, un’oggettiva eccellenza è da riconoscere alla vita consacrata, che rispecchia lo stesso vivere di Cristo. Proprio per questo, in essa si ha una manifestazione particolarmente ricca dei beni evangelici e un’attuazione più compiuta del fine della Chiesa che è la santificazione dell’umanità. La vita consacrata annuncia e in certo modo anticipa il tempo futuro, quando … i figli della risurrezione non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli di Dio (Mt 22,30).
      In effetti, l’eccellenza della castità perfetta per il regno, a buon diritto considerata la ‘porta’ di tutta la vita consacrata, è oggetto del costante insegnamento della Chiesa” (VC 32).
     
      IV: Che rapporto c'è tra carisma e carità? nel senso che se ho un dono grande ma lo esercito con poca carità è meglio o è uguale o peggio rispetto ad avere un piccolo carisma con grande carità?
      Se la verginità è superiore al matrimonio, non vuol dire che automaticamente chi sceglie la verginità sia più perfetto o più santo di chi vive nel matrimonio. La verginità è un carisma, mentre la santità dipende dalla carità, che è il fine dei carismi. È più santo chi ama di più. Avere i più grandi carismi e non vivere nella carità, non serve a nulla.
      San Paolo lo spiega bene: parlare in lingue, avere il dono della profezia, fare miracoli grandiosi fino a trasportare le montagne, avere doni di assistenza per aiutare i poveri fino al sacrificio della propria vita non giova a nulla se uno non ha la carità (1 Cor 13,1-3).
      La carità quindi è l’unica cosa che vale per se stessa, ha ragione di fine e qualifica l’esistenza umana. I carismi invece, e tra essi anche il matrimonio e la verginità, hanno valore strumentale. Sono dunque mezzi per raggiungere la carità.
      La santità non va dunque giudicata dal carisma che una persona persegue. Vi sono tra le persone sposate dei santi, e tra i consacrati vi sono dei demoni incarnati, per usare il linguaggio di santa Caterina da Siena.
      Per fare un esempio concreto: Santa Gianna Beretta Molla è una santa, mentre io, sebbene sacerdote e consacrato, non lo sono.
      San Francesco d’Assisi era solo diacono. Ma è stato più santo di molti sacerdoti, vescovi e papi.
      San Martino de Porres non era neanche diacono, ma solo un fratello converso (così a quei tempi venivano chiamati quelli della sua categoria). Ma è stato più santo di tanti “molto reverendi” o anche “reverendissimi” Padri.
      Pertanto, quando si confrontano fra loro i carismi, non si tratta di fare confronto tra concreta persona sposata e concreta persona consacrata (giudizio che in definitiva appartiene solo al Signore, il quale giudica in base al grado di carità raggiunta). Ma si intende solo fare un confronto tra carismi, oggettivamente intesi.
     
      V: La carità è un carisma? Per me la carità non è un carisma ma attraverso i carismi esercito una carità più "grande" o meglio do maggior spazio a Dio nella mia vita e nella società...
      Certamente la carità non è un carisma inteso nel secondo o nel terzo significato.
      La carità è il fine o l’obiettivo ultimo dei carismi. Come ho ricordato nella risposta appena data, la carità è nell’ordine dei fini, i carismi invece sono nell’ordine dei mezzi.
      Come osservi giustamente: “attraverso i carismi una esercita una carità più "grande" o meglio da maggior spazio a Dio perché operi nella sua vita e nella società...”.
      Si potrebbe dire, ma solo in senso generale, che la carità è un carisma in quanto è un dono dato da Dio. Ma a questo punto è facile equivocare, perché quando all’interno della Chiesa si parla di carismi, ci si riferisce sempre e solo ai carismi intesi nel secondo o nel terzo significato.
     
      VI: La carità è il contenitore dei carismi e se un carisma fosse utilizzato al di fuori sarebbe un danno per chi lo utilizza.
      Bisogna distinguere tra i carismi in senso largo e i carismi in senso stretto.
      I carismi in senso stretto sono grazie date da Dio indipendentemente dalla sanità personale. Non presuppongono pertanto lo stato di grazia e il loro utilizzo non fa diventare più santi né fa diventare peggiore. Anche Balaam, ha profetato!
      L’utilizzo dei carismi in senso largo invece è perfezionante per il singolo solo se è in grazia.
      Se non è in grazia, le sue azioni, pur non essendo meritorie, tuttavia continuano ad essere buone. Ad esempio un padre di famiglia che va a lavorare e si sacrifica per il bene dei figli, compie un’opera buona. Ma se è privo della carità o della grazia, la sua opera, pur continuando ad essere buona, non è meritoria.
      In teologia si dice che queste opere sono morte, perché non sono vivificate dalla grazia. Solo il peccato è un’azione mortifera, e cioè danneggia chi lo compie.
      Lo stesso discorso vale anche per il prete. Se fosse in peccato mortale, la sua dedizione al prossimo continua ad essere una realtà buona, anche se non meritoria. Ma se osasse celebrare la Messa o fare la Santa Comunione col peccato mortale nella coscienza, allora l’utilizzo del carisma è a suo danno, perché commette un sacrilegio. La celebrazione dei sacramento in lui richiede lo stato di grazia.
     
      VII: Ho sentito che i carismi.. non sono a lunga scadenza cioè una volta che Dio dona a qualcuno qualcosa per l'utilità di altri questo dono deve essere consegnato diciamo in fretta... e utilizzato.
      Essendo finalizzati alla carità, come si è detto, mi pare giusto dire che non siano a lunga scadenza, ma vadano messi al servizio del prossimo.
      Tuttavia i carismi in senso largo conoscono un utilizzo sollecito e un utilizzo a lunga scadenza, perché vanno messi a servizio del prossimo sempre, finché perduta l’ufficio.
      Inoltre vanno esercitati quando si raggiungono condizioni di maturità, responsabilità, preparazione... Diversamente si combinano solo danni.
      Per questo, ad esempio, la Chiesa vuole che i candidati al sacerdozio abbiano il loro itinerario di formazione intellettuale, morale, apostolica...
      Ugualmente chiede qualcosa di analogo anche per coloro che sono chiamati al matrimonio.
     
      VIII: Ultima domanda: che rapporto c’è tra carisma e vocazione, e carisma e santità.
      Evidentemente il discorso vale solo per i carismi in senso largo.
      Se sacerdozio, vita consacrata e matrimonio sono carismi, allora tra carisma e vocazione c’è un rapporto strettissimo. La vocazione è la chiamata ad esercitare un particolare carisma.
      Quando alla vocazione (chiamata) si dà una risposta, carisma e vocazione infine si identificano.
      Mi chiedi anche che relazione ci sia tra carisma e santità.
      Ho detto che i carismi sono nell’ordine dei mezzi e la santità è nell’ordine dei fini.
      Il rapporto allora è chiaro: i carismi sono a servizio della santificazione, di quella personale e di quella altrui.
      Ma il carisma non si identifica con la santità. Abbiamo visto che uno può avere un carisma molto alto (il sacerdozio) ma può viverlo ed esercitarlo malamente e perfino a suo danno.
      Inoltre ognuno è chiamato a perseguire la santità nella fedeltà e nell’esercizio del carisma che gli è stato dato.
     
      IX: A parte queste mie domande e considerazioni... volevo chiederle anche, in aggiunta, se era possibile ascoltare anzi leggere qualche sua testimonianza personale.
      Cerco di soddisfare anche questa tua ultima richiesta.
      Nel Bollettino del seminario di Genova, intitolato “Fides nostra”, mi è stato chiesto di recente di rispondere alla domanda: Perché la mia vocazione è gioia?
      Ecco quanto ho scritto:
      “Mi è stato chiesto perché la mia vocazione sia gioia.
      Potrei rispondere così. Se chiedessimo a Pietro e ad Andrea: Siete stati contenti di aver incontrato il Signore e di essere diventati suoi apostoli?
      Sono certo che ci direbbero: “Nella nostra vita non ci poteva capitare fortuna più grande.
      Tanto più che l’iniziativa è partita da lui. Ci ha presi così come eravamo e ci ha trasformato in pescatori di uomini. Ha fatto tutto Lui. Da soli avremmo saputo a mala pena continuare il nostro mestiere”.
      Anch’io sono stato chiamato. E, potrei dire, da sempre, fin dal grembo di mia madre.
      Mi sentivo fatto per essere sacerdote. Mi proiettavo nel mio futuro ministero e mi ci ritrovavo. Provavo contentezza.
      Adesso, dopo parecchi anni di sacerdozio, sono ancor più contento: perché un conto è immaginare il proprio futuro e un conto è viverlo e toccare con mano quanto il ministero di un sacerdote sia fonte di gioia per la vita della gente.
      Mi sono detto tante volte: se il Signore non mi avesse chiamato e se io non avessi risposto, chi si sarebbe preso cura di queste persone, di questi giovani?
      Senza presunzione posso dire: so, e ne sono certo, che rendo felici molti.
      A scanso di equivoci, il motivo di questa contentezza non sono io, ma è Lui. Il funzionario della Regina Candace, di cui parlano gli Atti degli Apostoli, dopo essere stato battezzato da Filippo proseguì il suo viaggio pieno di gioia. Per mezzo di Filippo il funzionario aveva trovato il Signore e, con il Signore, la gioia nel cuore.
      Ma c’è un altro motivo che mi rende felice, ed è quello di essere stato chiamato come gli Apostoli a stare con il Signore. Ciò che san Pietro ha detto sulla santa montagna, continuo a ripeterlo anch’io: “È bello per me rimanere qui e stare con Te”.
      Torno alla domanda iniziale: provate a chiedere a Pietro se valeva la pena lasciar tutto e andare con il Signore! La sua risposta sarebbe colma di gioia e di meraviglia: Mai avrei pensato che di questa mia povera esistenza il Signore ne riuscisse a fare una realtà così grande e così preziosa!
      E la sua risposta è anche la mia. p. Angelo Bellon, o.p.
     
      ***
      Ecco, caro Andrea, la lunga risposta che ti ho dato e che, per stimolazione tua, consegno a tutti i nostri visitatori.
      Ti ringrazio per la domanda. Ti auguro una buona riflessione e come sempre ti accompagno con la preghiera.
      Ti benedico.
      Padre Angelo


Questo articolo è stato tratto dall'archivo dell'analoga sezione "un sacerdote risponde" su Amicidomenicani.it, dove si possono trovare le risposte ai più recenti quesiti e il recapito per scrivere a Padre Angelo.
sessualità
Nel mio caso è lecito l'uso del contraccettivo?
13 agosto 2007
Caro Padre Angelo,
     
      Sono sposato da qualche anno, il mio primo figlio ha 2 anni e mezzo, è stata una gravidanza cercata e accolta con gioia, purtroppo il parto fu molto doloroso per mia moglie e quindi lei decise che quello sarebbe stato il nostro unico figlio. Io accettai questa volontà anche se non ero pienamente d'accordo, quando però proposi l'utilizzo dei metodi contraccettivi naturali lei si arrabbiò molto. La discussione si protrasse per alcuni mesi finché, anche seguendo il parere di un sacerdote, mi piegai all'utilizzo del preservativo. Fortunatamente anche i metodi artificiali che sembrano nella mentalità comune più "sicuri" falliscono e otto mesi fà ci è nata una bimba. Questo però non ha risolto il problema anzi, lo ha aggravato in quanto il secondo parto è stato cesareo ed i medici hanno detto che per almeno un anno sono "proibite" gravidanze. Quindi mi sono di nuovo piegato all'utilizzo del preservativo, affidandomi alla preghiera e alla celebrazione di messe, sperando che, se io non sono capace, qualcuno da lassù possa far ragionare mia moglie. Inoltre cerco di limitare un po' i nostri rapporti, e con scuse ed espedienti evito di averne nei giorni in cui suppongo che lei sia fertile. So che non Le sarebbe possibile esprimere un parere sulle dinamiche della nostra coppia, senza una approfondita conoscenza di essa, quindi mi limito a chiederle alcuni pareri di carattere religioso, dando per scontato che se io riapro la questione cercando alternative all'utilizzo del preservativo il mio matrimonio finisce.
     
      1)- La fine del mio matrimonio è davvero un male maggiore rispetto all'utilizzo del preservativo?
     
      2)- Se sì, utilizzando il preservativo commetto peccato? Me ne devo confessare?
     
      3)- Se sì, è un peccato mortale che mi impedisce di fare la comunione? Inoltre, che valore può avere la mia confessione visto che so che presto commetterò ancora lo stesso peccato?
     
      Spero che presto mi risponderà perché ho davvero bisogno di un parere autorevole.
     
      Ringrazio in anticipo,
     
      (Lettera firmata)


Risposta del sacerdote

      Carissimo N.,
     
      intanto ti dico che condivido la tua sofferenza e la offro al Signore nella celebrazione della Santa Messa, perché sia fruttuosa per la tua famiglia e per tanti altri.
      Comprendo il trauma provocato dal parto in tua moglie.
      La risposta che do ai tuoi quesiti è lunga e per questo la divido in punti.
     
      1. Capisco la decisione di tua moglie di non avere altri figli.
     
      Si tratta di una decisione presa in un momento particolarmente doloroso della vita. Nella sua apparenza è irrevocabile. Ma proprio perché emessa in un momento carico di emozioni, non è escluso che nel corso del tempo possa essere cambiata.
      È una decisione dolorosa, soprattutto per te. Ma infine è da rispettare, come aveva già ricordato Pio XII: “Da quella prestazione positiva obbligatoria (procreativa; nota d.r.) possono esimere, anche per lungo tempo, anzi per l’intera durata del matrimonio, seri motivi, come quelli che si hanno non di rado nella cosiddetta indicazione medica, eugenica, economica e sociale” (discorso alle ostetriche del 29.10.1951).
      Ma la soluzione escogitata non è stata accorta, soprattutto per le misure adottate: ti ha creato seri problemi di coscienza.
      Tua moglie ha optato per la contraccezione, ritenendo che il ricorso ai metodi naturali non sia sicuro.
      E tuttavia tutti sanno, e il vostro caso lo conferma, che qualsiasi mezzo contraccettivo ha la sua percentuale di errore.
      Mentre statistiche su persone che hanno usato i metodi naturali con serietà hanno fornito una sicurezza perfetta: 0,0% di errori.
      Il problema è che tanti, anche medici, conoscono malamente i metodi naturali e soprattutto li praticano ancor peggio. In questi casi, sì, l’insicurezza è alta.
      Considerando che sei spostato da poco e che probabilmente sia tu che tua moglie siete giovani, vi esorto ad affidarvi a qualche persona abilitata ad insegnarvi un metodo naturale. Penso al metodo Billings o a quello sinto-termico.
      Tua moglie sarà contenta e mi benedirà.
      Intanto vi è nata una bambina, che senz’altro è un’autentica benedizione divina per voi e per il bambino. Voi stessi ne avrete fatto molte volte l’esperienza.
     
      2. Mi scrivi che le hai proposto l’uso dei contraccettivi naturali.
      Penso che per contraccettivi naturali tu intendessi i metodi naturali.
      Per la precisione, questi metodi naturali non hanno nulla a che fare con la contraccezione e non è corretto chiamarli contraccettivi naturali.
      Tra i metodi naturali e i contraccettivi c’è una differenza abissale, anche se l’obiettivo può sembrare identico.
      E la differenza è questa: i contraccettivi frustrano positivamente la finalità procreativa degli atti coniugali e nello stesso tempo fanno sì che gli stessi atti coniugali cessino di essere un atto di autentico amore. Infatti là dove ci si vuol dire di donare in totalità, di fatto si esclude di donarsi totalmente, si esclude di donare all’altro la propria capacità di diventare padre o madre.
      Giovanni Paolo II ha detto: “Se si esclude dai rapporti coniugali radicalmente e totalmente l’elemento potenziale di paternità e di maternità, si trasforma perciò stesso la relazione reciproca delle persone. L’unione nell’amore slitta verso un godimento comune, o, per meglio dire, verso quello dei due partner” (K. Wojtyla, Amore e responsabilità, p. 216). E “violando le leggi della natura, si viola anche la persona, facendone un oggetto di godimento, anziché farne un oggetto di amore. La disposizione alla procreazione, nei rapporti coniugali, protegge l’amore, è la condizione indispensabile di una vera unione delle persone” (Ib., p. 218).
      Ancora: “Così al linguaggio nativo che esprime la reciproca donazione totale dei coniugi, la contraccezione impone un linguaggio oggettivamente contraddittorio, quello cioè di non donarsi all’altro in totalità.
      Ne deriva, non soltanto il positivo rifiuto all’apertura alla vita, ma anche una falsificazione dell’interiore verità dell’amore coniugale, chiamato a donarsi in totalità personale” (Familiaris Consortio 32c).
      Paolo VI aveva detto che “salvaguardando ambedue questi aspetti essenziali, unitivo e procreativo, l’atto coniugale conserva integralmente il senso di mutuo e vero amore e il suo ordinamento all’altissima vocazione dell’uomo alla paternità” (HV 12).
      In altri termini, gli atti contraccettivi cessano di essere un atto di autentico amore. E Giovanni Paolo II dice che sono atti viziati da una falsità, che incide grandemente sulla comunione coniugale.
     
      3. Circa la gravità morale della contraccezione, Giovanni Paolo II ha aggiunto che gli sposi che fanno contraccezione “si attribuiscono un potere che appartiene solo a Dio: il potere di decidere in ultima istanza la venuta all’esistenza di una persona umana. Si attribuiscono la qualifica di essere non i co-operatori del potere creativo di Dio, ma i depositari ultimi della sorgente della vita umana. In questa prospettiva la contraccezione è da giudicare oggettivamente così profondamente illecita da non potere mai, per nessuna ragione, essere giustificata. Pensare o dire il contrario, equivale a ritenere che nella vita umana si possano dare situazioni nelle quali sia lecito non riconoscere Dio come Dio” (17.9.1983).
     
      Il Vademecum per i confessori del Pontificio Consiglio per la famiglia (12.2.1997) scrive: “La Chiesa ha sempre insegnato l’intrinseca malizia della contraccezione, cioè di ogni atto coniugale intenzionalmente infecondo. Questo insegnamento è da ritenere come dottrina definitiva ed irreformabile. La contraccezione si oppone gravemente alla castità matrimoniale, è contraria al bene della trasmissione della vita (aspetto procreativo del matrimonio), e alla donazione reciproca dei coniugi (aspetto unitivo del matrimonio), ferisce il vero amore e nega il ruolo sovrano di Dio nella trasmissione della vita umana” (n. 2.4).
     
      4. Fatte queste premesse, che rispondono tuttavia al corpo della tua lettera, e prima di rispondere alle tre domande finali, vengo all’affermazione: “se io riapro la questione cercando alternative all'utilizzo del preservativo il mio matrimonio finisce”.
     
      La tua situazione è delicata, perché da una parte la subisci e dall’altra la accetti mettendo in atto un’azione intrinsecamente contraria al volere di Dio.
     
      Talvolta nel matrimonio capita che la donna debba subire, più che volere, un’azione intrinsecamente ingiusta da parte del marito. E per questo Pio XI nell’enciclica Casti Connubii diceva: “E sa anche bene la S. Chiesa che non di rado uno dei coniugi subisce piuttosto il peccato anziché esserne causa, quando per ragione veramente grave permette la perversione dell’ordine dovuto, alla quale pure non consente, e di cui quindi non è colpevole, purché memore, anche in tal caso, delle leggi della carità, non trascuri di dissuadere il coniuge dal peccato e allontanarlo da esso” (DS 3718).
     
      Nel tuo caso, N., ti faccio la domanda cruciale: tu ti comporti permettendo “la perversione dell’ordine dovuto” oppure causi la perversione dell’atto?
     
      È vero che è tua moglie che te lo comanda. Ma tu metti in atto il suo ordine. Ora nel caso in cui un ordine sia contrario alla legge di Dio, si deve obbedire prima a Dio che agli uomini (At 5,29).
     
      Capisco il motivo grave che ti spinge a questo, ma è sempre un male.
     
      5. Domandi: La fine del mio matrimonio è davvero un male maggiore rispetto all'utilizzo del preservativo?
     
      Senza dubbio rispondo di sì.
     
      Tuttavia non si può giungere alla conclusione: tra due mali scelgo quello minore.
     
      L’insegnamento della Chiesa è il seguente: tra due mali, non se ne può scegliere nessuno. Ogni male offende Dio. E Dio non va offeso né tanto né poco.
     
      Paolo VI, nell’enciclica Humanae Vitae, risponde chiaramente a questa obiezione: “Né, a giustificazione degli atti coniugali resi intenzionalmente infecondi, si possono invocare, come valide ragioni, il minor male o ....
     
      In verità, se è lecito talvolta tollerare un minor male morale a fine di evitare un male maggiore o di promuovere un bene più grande, non è lecito, neppure per ragioni gravissime, fare il male affinché ne venga il bene, cioè fare oggetto di un atto positivo di volontà ciò che è intrinsecamente disordine e quindi indegno della persona umana, anche se nell’intento di salvaguardare o promuovere beni individuali, familiari o sociali.
     
      È quindi errore pensare che un atto coniugale, reso volutamente infecondo, e perciò intrinsecamente non onesto (ideoque intrinsece inhonestum), possa essere coonestato dall’insieme di una vita coniugale feconda” (HV 14).
     
      In conclusione, il sacerdote confessore che cosa deve fare in tale situazione?
     
      Deve distinguere tra la tolleranza di un male minore e il consigliarlo positivamente.
     
      Deve fare la prima cosa, ma non la seconda.
     
      Vi è infatti una grande differenza tra il tollerare un male, continuando a chiamarlo con questo nome, e dichiarare permesso ciò che intrinsecamente è contrario alla volontà di Dio.
     
      6. Domandi ancora: Se utilizzo il preservativo, commetto peccato? Me ne devo confessare? E se sì, è un peccato mortale che mi impedisce di fare la comunione?
     
      Sì, si tratta di un peccato.
     
      Il Catechismo della Chiesa cattolica ricorda l’insegnamento di Paolo VI nell’Humanae vitae: “è intrinsecamente cattiva ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione” (CCC 2370; HV 14).
     
      Le mancanze contro il sesto comandamento hanno a che fare con materia grave, come insegna una dichiarazione della Congregazione per la dottrina della fede: “Ora, secondo la tradizione cristiana e la dottrina della Chiesa, e come riconosce anche la retta ragione, l’ordine morale della sessualità comporta per la vita umana valori così alti che ogni violazione diretta in quest’ordine è oggettivamente grave” (Dich. Persona Humana l0).
     
      E “il peccato grave si identifica praticamente, nella dottrina e nell’azione pastorale della Chiesa, col peccato mortale” (Giovanni Paolo II, Reconciliatio et Paenitentia, 17).
     
      Di per sé, dunque, un tale peccato impedisce di fare la santa Comunione, senza essersi previamente confessati.
     
      7. Infine: che valore può avere la mia confessione visto che so che presto commetterò ancora lo stesso peccato?
     
      Su questo punto senti che cosa insegna il Magistero della Chiesa:
     
      “Non intendiamo affatto nascondere le difficoltà talvolta gravi inerenti alla vita dei coniugi cristiani: per essi, come per ognuno, ‘è stretta la porta e angusta la via che conduce alla vita’ (Mt 7,14; Eb 12,11). Ma la speranza di questa vita deve illuminare il loro cammino, mentre coraggiosamente si sforzano di vivere con saggezza, giustizia e pietà nel tempo presente, sapendo che la figura di questo mondo passa (1 Cor 7,31)...
     
      E se il peccato facesse ancora presa su di loro, non si scoraggino, ma ricorrano con umile perseveranza alla misericordia di Dio, che viene elargita nel sacramento della Penitenza” (HV 25).
     
      Come sono belle le espressioni: “ricorrano con umile perseveranza alla misericordia di Dio”.
     
      Ricorrano! Questo appello è carico di affetto, di comprensione. È un appello che sollecita.
     
      Umile perseveranza! È questo l’atteggiamento del cristiano che non si trova ancora del tutto conforme alla legge di Dio.
     
      Tu sai che cosa significa confessarsi, perché l’hai sperimentato molte volte. Nel sacramento vieni purificato, e lo senti! E la tua Comunione successiva è vera fusione del tuo cuore con quello di Cristo.
     
      Viceversa ti rimane un’inquietudine interiore, a motivo della trasgressione della legge divina scritta nella tua stessa natura.
     
      E se continuerai a cadere?
     
      La risposta la trovi nell’espressione già riferita: Umile perseveranza!
     
      Il Vademecum per i confessori dice: “La recidiva nei peccati di contraccezione non è in se stessa motivo per negare l’assoluzione. Questa non si può impartire solo se mancano il sufficiente pentimento o il proposito di non ricadere in peccato. Il confessore eviterà di aver sfiducia nei confronti della grazia di Dio e delle disposizioni del penitente, esigendo garanzie assolute umanamente impossibili (nn. 5 e 11)”.
     
      Il tuo confessore, mentre non dichiarerà lecito ciò che non lo è, capirà bene la tua situazione, e senza fare storie ti darà sempre largamente l’assoluzione sacramentale.
     
      Ma non sarebbe né corretto né educativo dire: vai pure a fare la Santa Comunione, senza passare attraverso la Confessione. Si tratta sempre di una mancanza di conformità alla volontà di Dio in un campo particolarmente importante e decisivo per la persona umana.
     
      8. Concludo con due citazione della sacra Scrittura:
     
      Dice S. Paolo: “Perché questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dall’impudicizia, che ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, non come oggetto di passioni e di libidine, come i pagani che non conoscono Dio; che nessuno offenda o inganni in questa materia il proprio fratello, perché il Signore è vindice di tutte queste cose, come già vi abbiamo detto e attestato. Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione. Perciò chi disprezza queste norme, non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che ci dona il suo santo Spirito” (1 Tess 4,3-8).
     
      La Bibbia di Gerusalemme commenta così l’espressione “ciascuno sappia mantenere il proprio corpo”: “Il proprio corpo è anche quello del coniuge, perché nel matrimonio i due sono diventati una cosa sola”.
     
      Il secondo passo che ti cito lo traggo dalla Lettera agli Ebrei: “Il matrimonio sia rispettato da tutti e il talamo sia senza macchia” (Eb 13,4).
     
      Anche il tuo talamo sia senza macchia! “Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione” (1 Tess 4,7).
     
      Tendi a questo!
     
      Aiuta anche tua moglie a tendere alla santificazione!
     
      Per questo fai bene a pregare e a provvedere alla celebrazione di Sante Messe.
     
      Quando il Papa dice di spalancare le porte della nostra vita a Dio, intende anche in questo ambito. E aggiunge che Dio non viene a togliere nulla, assolutamente nulla e da sempre cento volte tanto.
     
      Ti accompagno con la mia preghiera e col ricordo nella S. Messa affinché il Signore conduca te e tua moglie a camminare sempre in santità di vita.
      Ti benedico.
      Padre Angelo.

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CULTURA
Libero arbitrio e peccato originale
11 agosto 2007
Carissimo Padre Angelo
      inserisco questo topic in questa sezione sperando di non fare confusione perchè forse poteva essere inserito anche in quello sul libero arbitrio!
     
      Nel libro "Dio e il Mondo" di papa BenedettoXII, c'è scritto:
      "Dio ha creato una libertà effettiva e ci permette anche di scompaginare i suoi piani.... ..... E' dapprima il peccato di Adamo a sovvertire il progetto di Dio."
     
      A questo punto mi sono chiesta se il libero arbitrio esiste dal momento della creazione dell'uomo o da dopo il peccato originale.
      Ma se non ci fosse fin dall'inizio come si spiegherebbe la scelta di Adamo di seguire il serpente e non l'avvertimento di Dio?
      Maria


Risposta del sacerdote

      Il libero arbitrio, che per San Tommaso è la stessa cosa che la libertà, è stato donato all’uomo dal momento della sua creazione.
      Come ricorda il Concilio Vaticano II, la libertà è il segno altissimo del fatto che l’uomo è stato creato ad immagine di Dio e solo nella libertà si volge al suo Creatore.
      È per la libertà che l’uomo è meritevole o demeritevole.
      Se il libero arbitrio gli fosse stato dato dopo il peccato originale, questa azione non gli sarebbe imputabile.
      Ti saluto e ti benedico.
      Padre Angelo

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CULTURA
Una buona edizione della Sacra Bibbia
10 agosto 2007
Caro Padre Angelo,
      volevo ringraziarla di cuore per tutte le sue risposte , sempre molto precise , chiare ed esaustive .
      Mi sono state davvero molto utili .
      In appendice ai miei quesiti , vorrei ora chiederle un consiglio molto pratico . Mi potrebbe suggerire quella che , a suo parere , è la migliore edizione della Sacra Bibbia commentata , attualmente in commercio ?Grazie ancora e un cordiale saluto,
     
      Pietro Demattei


Risposta del sacerdote

      Carissimo Pietro,
      ti consiglio la Bibbia di Gerusalemme. Il testo sacro è presentato secondo la traduzione della Conferenza episcopale italiana ed è lo stesso che viene proclamato nella liturgia della Chiesa.
      Le note, autorevolissime, sono quelle della prestigiosa École biblique di Gerusalemme, retta dai domenicani francesi.
      Un’ottima edizione è anche quella della TOB (traduzione dal francese della Traduction Oecumenique de la Bible). Nell’edizione italiana il testo sacro è quello della CEI).
     
      Per quanto riguarda i ringraziamenti, sono invece io a ringraziarti ancora per la domanda sulla genesi, sul peccato originale e sull’evoluzionismo.
      Come vedi dal numero dei visitatori, è stata letta da molti.
      Ti seguo con la preghiera e ti benedico.
      Padre Angelo.

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permalink | inviato da -Lore- il 10/8/2007 alle 19:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
CULTURA
Simbologia usata nella Genesi
9 agosto 2007
La ringrazio infinitamente per la sua risposta, è stata esauriente come le altre che lei aveva già dato!
      Ora vorrei porle un'altra domanda...
      Il mio testo della Bibbia di Gerusalemme risale al 1984, non so se nelle note di commento delle versioni più recenti ci sia di più, ad ogni modo in quella che ho io a Gn 3,1 ho trovato questo commento sul serpente usato come simbolo per identificare Satana: "il serpente serve qui per mascherare un essere ostile a Dio e nemico dell'uomo, nel quale la Sapienza, poi tutta la tradizione cristiana, hanno riconosciuto l'avversario, il diavolo".
      Il commento rinvia ad un altro conentuto nel libro di Giobbe, in cui si spiega che il binomio serpente-demonio è dovuto all'attegiamento del diavolo nei confronti di Dio e dell'uomo in quanto Sua creatura.
      Ma perchè proprio il serpente e non un leone...o una iena, o un coccodrillo...insomma un qualsiasi altri animale non domestico, pronto ad attaccare per difendersi?
      E sempre restando in tema di simboli, perchè proprio la mela come metafora del frutto della conoscenza?
      Chiedo scusa per le troppe domande e ringrazio in anticipo per le risposte!


Risposta del sacerdote

      Carissima Maria,
      mi chiedi perché la tentazione ai nostri progenitori è stata fatta dal serpente e non da un latro animale.
      La risposta la fornisce lo stesso testo sacro: “Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «E' vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?» (Gen 3,1).
      Questo serpente è lo strumento di uno spirito malvagio, chiamata satana, o serpente antico (Ap 12,9), del quale è scritto che è il padre della menzogna, e che fu omicida fin dal principio (Gv 8,44). Per la sua invidia la morte entrò nel mondo (Sap 2,24).
      Qui si suppone manifestamente la caduta degli angeli ribelli, benché non se ne parli qui esplicitamente,
      L’astuzia o prudenza del serpente erano proverbiali, come emerge da Mt 10,16: “siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe”.
      Il serpente è un animale velenoso, che uccide col suo veleno. Inoltre, osserva San Tommaso, quando invecchia passa per un buco stretto e si spoglia della sua veste o pelle.
      Per questo motivo san Paolo dice che il demonio si traveste da angelo di luce (2 Cor 11,14).
      Siccome nell’uomo innocente non vi erano passioni disordinate, la tentazione non poteva provenire che dall’esterno.
      Tuttavia nei testi sacri il demonio viene presentato talvolta anche come un leone affamato, che va in giro cercando chi divorare (1 Pt 5,8).
      Nell’Antico Testamento il coccodrillo non è mai chiamato col suo vero nome. Gli esegeti dicono che la lunga descrizione del Leviatano ( mostro marino) di Giobbe 40,20-41.25 è in gran parte quella del coccodrillo.
     
      Perché la mela?
      Nessun testo sacro identifica l’albero della conoscenza del bene e del male con il melo o col suo frutto.
      È stata la nostra arte pittorica a raffigurare l’albero della conoscenza del bene e del male con la mela, frutto comune dalle nostre parti, ma non molto in Palestina.
     
      Di nuovo ti saluto e ti benedico.
      Padre Angelo

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